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Guardare l'arte, raccontare l'arte

 

Guardare l’arte, raccontare l’arte. Come si fa? Da Bari risposte e dubbi/

Una raccolta di studi sulla pedagogia e la didattica delle immagini, a cura di Maria Vinella//

Si parla e si scrive molto di arte contemporanea, in questo avvìo di estate segnato dal Grand Tour europeo che è partito da Venezia, sta facendo tappa e Basilea e toccherà in successione ravvicinata Kassel e Munster. E’ una delle rare occasioni in cui l’arte “fa notizia”. Ed offre spunto per riaprire il tormentone che da cent’anni ci affligge. Un secolo esatto, se prendiamo come punto di partenza proprio il 1907, anno in cui Pablo Picasso dipinse “Les Demoiselles d’Avignon”. Opera con cui inizia il Novecento, ribadiva giorni fa Pierre Rosenberg, intervistato su “Repubblica”. Però, aggiungeva il grande storico francese, chi ha cambiato radicalmente il senso dell’arte è stato Duchamp. E’ lui il “criminale” (termine da leggere tra virgolette, ovviamente) che “ha distrutto tutto ciò che il passato in fatto di arte aveva creato e imposto”. Vero, dovrebbe essere un dato storico acquisito. Però, mentre tanta parte dell’arte che conta si è inoltrata da allora sulla strada aperta fra le macerie del vecchio mondo, persiste più di una difficoltà ad adeguare al linguaggio nuovo non solo il gusto del grande pubblico ma tutto il sistema teorico che riflette sulle forme e i modi in cui la creatività si esprime.

A questo pensavo, mentre – tornando dalla Biennale veneziana - sfogliavo un volumetto, edito da poco a Bari dalla Progedit, che era rimasto in evidenza sulla mia incasinata scrivania. Raccoglie, a cura di Maria Vinella, una serie di saggi della stessa studiosa e critica d’arte barese e di altri autori, e s’intitola “Raccontare l’arte – Immagini e creatività”. Un’opera quindi nata nell’ambito di studi universitari di “scienze della formazione”. Un approccio specialistico e mirato, ma non per questo riduttivo, ai problemi di un’area della espressione e comunicazione dai confini vasti quanto fluttuanti. Basta citare le domande con cui Franca Pinto Minerva, autorevole pedagogista nostrana, introduce il volume: “Come si struttura e si articola il pensiero visivo? Come si inventano le immagini? A che età si può educare ai linguaggi dell’arte? Quali i rapporti tra immagine e immaginazione? E ancora, quale la genesi dell’atto creativo?...”

Eccetera. E scusate se è poco. Significherebbe ripercorrere e discutere i percorsi che diverse “scienze umane” hanno esplorato, nel corso del Novecento, per definire il pensiero creativo e i linguaggi dell’immaginario. Ovviamente la pubblicazione barese non pretende a tanto, anche se bibliografie e citazioni dicono della consapevolezza sulla vastità dei problemi. Coscienza implicita anche nella semplicità didattica con cui Maria Vinella riassume il senso del lavoro: “L’arte è fatta di storie per immagini da osservare e da capire. Storie reali e storie fantastiche. Storie possibili e storie impossibili. Storie comuni e storie incredibili”. Di qui una serie di suoi capitoli che spiegano come si può non solo “narrare” l’arte agli scolaretti, ma educarli al “saper guardare” e a sviluppare la creatività, anche con schemi di pratica didattica articolati per età; ma spingendosi sino all’uso di cinema e audiovisivi. Mentre Barbara De Serio si sofferma sulle valenze del “gioco simbolico” delle immagini, Giuseppe Annacontini scrive di Pinocchio tra “immaginario e immaginazione”, e Angela Maria Volpicella segnala la funzione terapeutica delle arti sia visuali che del corpo. Il tutto commentato da eleganti rielaborazioni grafiche di celebri opere d’arte moderna (da Picasso a Chagall, da Matisse a Kandinsky), ad opera di Franco Altobelli.

Tutto bene. Però un dubbio mi resta, andando oltre il “colpo d’occhio”, e ricordando lo slogan da cui muove la Biennale 2007: “Pensa con i sensi – senti con la mente”. Come la mettiamo con l’orinatoio di Duchamp, con la merda d’artista di Manzoni, con i feltri di Beuys, con gli animali squartati di Hirst, con i pupazzi di Cattelan, con i caproni di Barney? Come possono attrezzarsi didattica e pedagogia a risposte diverse da quelle fornite dalle varie teorie novecentesche della forma? Non è questione da poco. Non insolubile peraltro. Un aiutino è suggerito fra le righe proprio da Franca Pinto: “Tra i tratti intellettuali delle persone creative ritroviamo la fluidità delle idee, la flessibilità del pensiero, la complessità della struttura concettuale e la capacità di staccarsi dall’ovvio, dall’ordinario o dal convenzionale”. Complimenti, è un buon inizio di ricerca.